PROVE DI DIALOGO 1

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“Cosa vuol dire parlare di prevenzione in un’epoca in cui la maggioranza degli adolescenti (le percentuali variano nei diversi studi, ma sono sempre oltre il 50%) dichiara di conoscere persone che usano sostanze illegali o di averle direttamente usate almeno una volta?[…]” (Polidori, 2005, p.75)
“Spesso si ha l’impressione che vi sia da un lato il mondo degli adulti (dei genitori, degli insegnanti…) che continua a pensare interventi preventivi finalizzati a impedire il contatto con le sostanze illegali e dall’altra parte vi sia un mondo di adolescenti che, in realtà, questo contatto l’ha già avuto e ne parla tranquillamente quando gli adulti non sentono.
È una prevenzione fondamentalmente giocata su un non ascoltarsi reciproco (oppure su una reciproca diffidenza), dove la possibilità reale di parlare delle sostanze è, in realtà, resa impossibile in partenza dal messaggio che << queste cose non si devono fare>>.
Non si tratta di abbassare la guardia o di arrendersi alla “cultura della droga”, come molto superficialmente si tende a dire, ma di ragionare su ciò che realmente accade tra i giovani, indipendentemente dal fatto che questo ci piaccia o meno.
Gli adolescenti oggi, per fare un esempio, considerano “normalizzato” l’uso di alcol (legale) e/o di cannabis (illegale), soprattutto all’interno di alcune situazioni di divertimento, e di adulti che incede parlano di sostanze unicamente come fonte di problemi è visto, automaticamente, come una squalifica della competenza dell’adulto sulla materia.
In altre parole di tende maggiormente a inseguire la costruzione di un messaggio che dica nella maniera più chiara e inequivocabile possibile che <> piuttosto di privilegiare una ricerca di quale possa essere la strategia che più agevolmente ci può rendere ascoltabili dai giovani, facendo in tal modo passare alcuni contenuti.
Uscendo dagli stereotipi, tanto rassicuranti, siamo ancora troppo legati a una immagine che lega l’inizio dell’uso di sostanze a una sofferenza, a un deficit di qualcosa mentre i dati esperienziali, le ricerche condotte sui giovani, collegano piuttosto tale uso alla ricerca di un piacere, di un rilassamento insieme agli amici, di una piacevole esperienza durante una serata trascorsa fuori casa.
Questo è ciò che i consumatori sperimentano, spinti dalla curiosità i desiderosi di aderire a modelli comportamentali del gruppo cui si appartiene o da cui si è attratti. In tal senso si può considerare molto ridimensionato il discorso della cosiddetta “pressione dei pari”, che in genere tende ad assolvere i singoli assegnando le colpe al cosiddetto gruppo, in quanto è più opportuno ragionare su una spontanea imitazione del gruppo o dei comportamenti del suo leader. A volte si preferisce continuare a interrogarsi senza risposta sul <> piuttosto che accettare la risposta scomoda <>.
È questa forse la maggiore fatica negli interventi di prevenzione: ragionare con adolescenti su comportamenti che attengono alla sfera della ricerca del piacere e dello sviluppo dell’identità. È molto più facile invece, nel quotidiano, rifugiarsi in giudizi moralistici tendenti a demonizzare alcuni comportamenti.
Le strade della prevenzione, in tal maniera, si confondono con le strade dei pregiudizi o delle nostre opinioni su ciò che si dovrebbe o non si dovrebbe fare; sono strade note, conosciute, rassicuranti, sono le “nostre” strade.
Difficilmente, a questo punto, sono però le strade della realtà che i giovani vivono quotidianamente. Un dialogo, forse, potrà ripartire soltanto se gli adulti sapranno rinunciare ad un atteggiamento di giudizio per recuperare una dimensione di ascolto nei confronti del mondo giovanile.”

Edo Polidori

Testo tratto da: Oltre la tolleranza zero. Consumi giovanili, droghe, prevenzione. A cura di Franco Corleone e Grazia Zuffa. FUORILUOGO Quaderno.I, 2005

http://www.ristretti.it/areestudio/cultura/libri/tolleranza_zero.pdf