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Riduzione del danno e riduzione dei rischi. Di che si tratta…
Gli interventi legati al mondo delle droghe sono stati a lungo concettualmente nonché praticamente organizzati attorno agli ambiti della prevenzione, ovvero il prevenire il consumo delle sostanze stesse, della terapia, ovvero risoluzione del problema curando la persona affinché cessi il consumo, e della lotta al narcotraffico da parte delle forze dell’ordine.

Più recentemente (“solo” da una ventina d’anni) è apparso all’orizzonte un approccio al consumo di sostanze che si rivolge a chi già consuma e non vuole o non riesce a cessare di farlo.
Parliamo della riduzione del danno che, ben lungi dal porsi in alternativa ad altri orientamenti, va invece ad integrarli in un ideale percorso di continuità, ovvero decifrare, regolamentare, moderare, interagire col millenario rapporto tra esseri umani e sostanze psicotrope.

In anni ancora più recenti, l’incremento del consumo delle cosiddette “nuove droghe” ha determinato un’evoluzione dell’ambito di intervento della riduzione del danno, attualizzandolo in base ai nuovi stili di consumo ed estendendolo anche in contesti ludici come ad esempio i luoghi del divertimento notturno.
È in questi contesti che si inserisce l’intervento della riduzione dei rischi associati all’uso ed abuso di sostanze psicoattive legali ed illegali.

La compresenza e l’interazione di diverse strategie d’intervento (riduzione del danno e dei rischi, repressione del traffico, cura e riabilitazione, prevenzione) è nota come la politica dei quattro pilastri, ed è stata individuata dall’Unione europea come imprescindibile per un’efficace politica di salute pubblica relativamente al fenomeno del consumo di sostanze. La compresenza e l’interazione di questi ambiti, infatti, permettono un’azione differenziata sia nei modi che nei tempi, a seconda delle diverse condizioni e stili di vita dei consumatori, lasciando aperte in ogni momento tutte le porte utili per favorire la tutela della salute e una politica che miri all’inclusione sociale.
Assunto di base della riduzione del danno e dei rischi è il ridurre gli effetti negativi del consumo di sostanze, non impedire, non prevenire: è dunque pratica che non va considerata subordinata ma, come si diceva, una delle possibili opzioni, per chi non vuole o non può affrancarsi dalla sostanza. E sancisce, esplicita, che anche chi si droga ha diritto di cittadinanza, accogliendo, senza giudicarlo, il dato di realtà che deriva dallo sguardo ai numeri sostenuti di persone che in diverse parti del mondo consumano sostanze, nonostante le guerre alla droga a più riprese dichiarate.

La riduzione del danno e dei rischi ci dice che non si prende in considerazione la persona solo se decide di non consumare, o di smettere di farlo.
Non siamo nell’ottica della guarigione, da quella che per molti viene considerata una malattia, né della riabilitazione/ reinserimento sociale, a patto di essere drugfree.
Non siamo nello spazio né dell’ottica morale (chi consuma è stigmatizzato), né in quella strettamente medica (la droga induce la malattia della tossicodipendenza, chi tocca si ammala, il medico cura).
Consumare sostanze è un comportamento, e come tale può implicare dei rischi o indurre danni in termini di salute, salute che ormai sappiamo essere non mera assenza di malattia, ma benessere biopsico-sociale.

Su di una scala ideale ci sono vari stili di consumo (occasionale, sporadico, ricreazionale, sperimentale, abituale, problematico, abusatore, dipendente etc), in cui il rischio è più o meno elevato: in tale prospettiva è chiaro che l’astinenza è il comportamento a rischio nullo, e dunque auspicabile per tutti, ma non per tutti perseguibile.
La riduzione del danno/rischi occupa dunque lo spazio dignitoso dedicato a chi non vuole, non ce la fa, ad astenersi dal consumare, assumendo come principio forte che la salute è diritto di tutti,
nessuno escluso. Ma anche uno spazio di “tutela” per chi decide di consumare, e sperimenta comportamenti condivisi dal gruppo di pari, per poi superarli spontaneamente nel proprio percorso di crescita, come avviene per la stragrande maggioranza dei casi.
Da una parte la riduzione del danno si occupa dell’ambito della dipendenza: si interagisce con persone che non sono semplici consumatori, ma hanno consolidato un comportamento di consumo da cui non ci si affranca facilmente e che espone le persone a tutta una serie di problematiche inerenti salute, psiche e socialità.

E dunque opera per l’inclusione sociale: riduce i margini legati alla perdita di salute, offrendo possibilità di non contrarre malattie infettive attraverso la distribuzione di siringhe, distribuendo e somministrando il farmaco salvavita naloxone cloridrato; riduce i margini di perdita di reti sociali supportando la persona verso la cura di sé, l’utilizzo dei servizi, accedendo alla somministrazione di farmaci sostitutivi (metadone, buprenorfina) per ridurre “lo sbattimento” in strada a reperire l’eroina rischiando, oltre che malattie e overdosi, anche la galera.

Dall’altra la riduzione dei rischi interviene nei contesti del divertimento, dai rave alle discoteche, locali, pub, feste, party, fino ai luoghi di aggregazione giovanilespontanea come la strada, i muretti
etc, laddove i giovani esplorano il piacere, e dunque come approccio sta ben attento a non “patologizzare” comportamenti che patologici non sono e nella maggioranza dei casi mai lo saranno.
Il lavoro di prossimità degli operatori è quello di fornire informazioni corrette e prive di giudizi morali ( mediante la distribuzione di materiale informativo), offrire spazi di confronto non prescrittivi (facilitati dall’allestimento di info-point adatti al contesto) e attivare riflessioni sui propri stili di consumo (per trasformare così le informazioni in consapevolezze ed abilità personali). Si pensi all’utilizzo dell’etilometro, che oltre a stimolare la riflessione sul concetto di limite personale a partire dal dato concreto il tasso di alcolemia ottenuto dal test permette l’automonitoraggio e l’autosperimentazione circa gli effetti, e inoltre facilita il confronto fra limite personale e limite legale.

Tale intervento non può trascurare il coinvolgimento di tutti gli attori che ruotano attorno al mondo del divertimento giovanile, notturno e non, come ad esempio i gestori, gli organizzatori di eventi, i barman, gli addetti alla sicurezza, i dj etc, ma anche le amministrazioni pubbliche, affinché si dirigano gli sforzi di ognuno per modificare le condizioni ambientali e creare luoghi del loisir sempre più sicuri (si pensi ad esempio all’allestimento di zone chill-out che consentano la decompressione prima di andare via dalla festa o mettersi alla guida).

La riduzione del danno e la riduzione dei rischi accettano dunque la persona e le sue scelte, accogliendo e non prescindendo dalla sua volontà ma accompagnandola, supportandola nella gestione del consumo e delle sue conseguenze negative, stimolando un cambiamento verso direzioni meno dannose, per evitare ogni irreverersibile compromissione.
Gli ambiti di manovra vanno sempre più ampliati, e non ridotti: piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul piano del contrasto al consumo, bisogna esserci laddove il consumo c’è nonostante il contrasto.
Vanno offerte opportunità di informarsi, di confrontarsi sulle sostanze e i loro effetti, senza che questo venga “scambiato” per istigazione al consumo; vanno offerti spazi di rielaborazione e decodifica delle problematiche connesse all’uso/abuso di sostanze: dopo aver fornito informazioni corrette, si accompagna la persona lasciando spazio all’elaborazione personale a percepire i rischi che si corrono, e la si supporta nella creazione o attivazione di motivazioni soggettive sufficienti a modificare e ridurre i comportamenti a rischio per la salute.
La pratica degli  interventi di Riduzione del Danno opera sicuramente degli atti forti, come quello di distribuire siringhe in strada, e di ritirare quelle usate, (senza però nessun do ut des). Si  agevolano comportamenti generalmente stigmatizzati e ritenuti, dai più, riprovevoli: ma con la convinzione che ostacolare, impedire, condannare il comportamento legato all’uso o all’abuso non elimina il consumo, ma lo rende più difficile. E più rischioso.
E alcuni dei rischi legati al consumo possono provocare danni irreversibili: carcere, malattie (da alcune delle quali al momento non si guarisce), morte.